Ansia, un’emozione che si nutre di se stessa.

“L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo.”
(Jodi Picoult)

Dagli studi sulle emozioni è emerso come gli esseri umani abbiano di fatto due menti che interagiscono tra loro: quella razionale con sede nella neocorteccia, che pensa e ci permette di comprendere, ponderare e riflettere, e quella emotiva con sede nel sistema limbico che sente ed è impulsiva e irrazionale.

Benchè generalmente si integrino armonicamente in un equilibrio quasi perfetto, può succedere, a seconda delle situazioni, che una prevalga sull’altra: quando un sentimento è intenso infatti a dominare è la mente emotiva.

Una delle emozioni sequestranti in cui le persone possono rimanere invischiate è l’ansia alla cui base c’è una serie di preoccupazioni che si susseguono in una spirale senza fine: un circolo vizioso che si autoalimenta.

Un certo grado di preoccupazione è funzionale quando, ad esempio, ci permette di risolvere un problema, ma se si cronicizza smette di avere una valenza positiva.

Si tratta di una reazione fisiologica in cui la paura ha un ruolo fondamentale ed è quello di mettere il cervello emotivo in uno stato di allerta, per far si che l’attenzione sia focalizzata sulla minaccia (reale o immaginata) in maniera tale da costringere la mente a trovare il modo più efficace per controllarla. Il suo scopo, dunque, è quello di trovare soluzioni positive in quelle situazioni che possono configurarsi come una minaccia per noi stessi.

Quando però le preoccupazioni sono eccessive e persistenti, tali da non intravedere soluzioni positive, si cronicizzano e intrappolano la persona in un vero e proprio sequestro emotivo traducibile in disturbi ansiosi quali le fobie, gli attacchi di panico o le ossessioni e compulsioni.

In tutte queste situazioni le preoccupazioni non sono più controllabili, sembrano emergere dal nulla e assumono una connotazione diversa a seconda del disturbo: nel fobico, l’ansia riguarda una situazione specifica oggetto della sua paura, nell’ossessivo l’ansia si fissa sull’evitare una qualche catastrofe, nel paziente con attacchi di panico invece, la preoccupazione si focalizza ad esempio sulla paura di morire oppure sulla paura di ulteriori attacchi.

Le preoccupazioni si susseguono una dietro l’altra portandosi dietro pensieri catastrofici e visioni di terribili tragedie. La persona non riesce a interrompere questo meccanismo, soprattutto quando l’ansia è di tipo cognitivo piuttosto che somatica.

Secondo Borkovec è possibile uscire da questo circolo vizioso innanzitutto attraverso l’autoconsapevolezza ovvero riconoscere il prima possibile le situazioni, i pensieri e le immagini che scatenano la preoccupazione e le sensazioni fisiologiche che si accompagnano all’ansia.

Questo però non basta, per cui è opportuno anche iniziare a mettere in discussione i pensieri molesti che generano e alimentano le preoccupazioni assumendo un atteggiamento critico, così da innescare un circolo virtuoso e arrestare al contempo l’attivazione neurale alla base di un leggero stato d’ansia, inibendo quindi il sistema limbico. Criticare un pensiero pervasivo fa si che non venga considerato vero e di conseguenza accettato tout court.

Borkovec, tuttavia, ha spiegato che generalmente le persone preoccupate non ricorrono a queste strategie in quanto le preoccupazioni hanno un aspetto positivo ovvero quello di anticipare eventuali pericoli in cui ci si potrebbe imbattere e avere il tempo di trovare il modo più giusto per affrontarli. Il punto è però che quelle croniche non permettono di far emergere nuove prospettive e soluzioni perché, la persona sequestrata dalle preoccupazioni, non fa altro che rimuginare sul pericolo, in un susseguirsi incessante di pensieri da cui non riesce a liberarsi.

Questi individui passano la maggior parte del tempo a preoccuparsi di cose che hanno scarsissima probabilità di verificarsi e anche se dominati dall’angoscia trovano in questa attività un senso, un qualcosa di magico, che si autorinforza, per cui il preoccuparsi in realtà serve a scongiurare il pericolo (Borkovec).

Le preoccupazioni croniche hanno anche il vantaggio di alleviare l’ansia a livello fisiologico perché l’attività di ruminamento non lascia spazio per l’attenzione anche alle sensazioni fisiche.

In tutto questo vi è una sorta di rigidità di pensiero, ma anche corticale, in cui il cervello emotivo non è capace di rispondere con flessibilità al mutare delle situazioni.

Un valido aiuto è rappresentato anche dalle tecniche di rilassamento come il Training Autogeno, da adoperare nel momento in cui sente che sta per affiorare la preoccupazione, in quanto distolgono l’attenzione da questa per spostarla alle sensazioni esperite durante la pratica.

Tuttavia le pratiche di rilassamento benché siano di aiuto, da sole non bastano in quanto alleviano, ma non eliminano i sintomi dunque le cause che li sorreggono. Per dei benefici nel lungo periodo, dunque, è necessario ricorrere ad un percorso di terapia e in casi di particolare gravità, affiancare a questa anche una terapia farmacologica di supporto.

 

Dott.ssa Eleonora Cittadino, Psicologa
338 4251947  – eleonora.cittadino@tin.it

Ordine Psicologi Toscana n. 7506

Allieva dell’Istituto Psicoumanitas Pistoia | Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad approccio Umanistico e Bioenergetico

(Estratto dalla Tesina del Primo Anno di Corso di Specializzazione)

 


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(Immagine dal Web)

 

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